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Cenni di storia della lingua e della civiltà russa


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Cenni di storia della lingua e della civiltà russa
1. Le origini
La lingua russa appartiene al gruppo delle lingue slavo-orientali. La lingua parlata dai popoli slavo-orientali si differenziava dalle altre lingue del ceppo slavo per svariati e peculiari aspetti: 1) fonetici; 2) grammaticali; 3) lessicali.

La lingua degli slavi orientali costituiva in epoca preistorica un gruppo complesso e variegato di dialetti tribali, che a loro volta si presentavano come il risultato di una feconda commistione di elementi linguistici determinati dall’incontro e dalla contaminazione con le culture di svariati popoli: germani, finni, celti, unni, avari, bulgari, chazary. Analogamente, il lituano, il tedesco, le lingue finniche e quelle appartenenti al gruppo turco rivelano la presenza di elementi slavi.

Gli slavi orientali occupavano le rive settentrionali del mar Nero e la steppa meridionale, ed è proprio la lingua a determinare la stessa denominazione di «slavi orientali»: una popolazione che, appunto, parlava la varietà orientale delle lingue slave. Nel corso del tempo presero forma tre diverse lingue slavo-orientali: il russo (o grande russo), l’ucraino (o ruteno, o piccolo russo); e il bielorusso (o russo bianco).

Nella cultura degli slavi orientali si esprimevano le tracce degli elementi appartenenti alla civiltà greca antica portata dall’etnia ionica, che aveva colonizzato le sponde del mar Nero; inoltre, anche le relazioni storico-culturali che gli slavi avevano stabilito con gli Sciti e con i Sarmati lasciarono traccia nel mondo antico slavo orientale (toponimi, nomi propri, cognomi, ecc.). Accanto alle influenze provenienti dalla cultura greca si manifestò un forte ascendente da parte dei popoli e delle lingue del Caucaso e dell’Asia centrale. I reperti archeologici, i dati filologici inerenti alla toponomastica, all’onomastica, le testimonianze relative alle relazioni, soprattutto commerciali, della Russia meridionale in epoca medievale consentono di tracciare della storia di questo paese un profilo caratterizzato da una secolare, ininterrotta e complessa continuità culturale.

La civiltà di Kiev, la Rus’ di Kiev, quale salda organizzazione politica, costituì il primo e rilevante tentativo di risolvere il problema relativo ai rapporti tra le culture del mar Nero e del mar Baltico, mentre è ormai certo il processo di complesse interazioni e svariati incroci di varie lingue nell’ambiente slavo-orientale, rivelato, soprattutto, nella mitologia slava pre-cristiana. Alcune tradizioni, come le Koljada (dal latino Kalendae), per esempio, inducono a pensare a contatti e a influenze con le civiltà dell’Europa occidentale. Così, la lingua degli slavi orientali già all’alba della sua storia si pone come portatore e unificatore di svariate tradizioni culturali.

La complessità dei destini preistorici della lingua slava orientale si rivela anche nell’enigmatica origine dello stesso nome Rus’, russkij. Molti studiosi lo ritengono un antico slavismo (ipotesi antinormannista); altri studiosi connettono tali parole con il termine finnico Ruotsi, il nome con cui i finni indicavano gli Svedesi e, in generale, gli abitanti delle coste scandinave. Altri studiosi avanzano l’ipotesi di un’origine varjaga del termine RossijaRus’.

Secondo una teoria ormai ampiamente accreditata, gli slavi orientali dettero origine a tre gruppi etnolinguistici raccolti attorno a vari centri culturali. La prima cronaca giunta fino a noi, la nota e cosiddetta «Cronaca di Nestore», (XII sec.), principale fonte di notizie storiche e di presupposizioni inerenti all’insediamento delle tribù slavo-orientali nei territori dell’Europa orientale, non offre un quadro chiaro ed esauriente del complesso processo di stratificazione dei popoli slavo-orientali.
1.1. Formazione della lingua russa

La formazione di un’unica lingua russa determinò tutte le condizioni indispensabili per la costituzione dell’antica lingua letteraria russa. Durante l’età del Medioevo la scrittura era strettamente legata alla lingua del culto, a sua volta lingua della scienza medievale. Essa trasse origine da elementi linguistici slavi mutuati dalla letteratura greca e dalla cultura filologica. Le tribù slave orientali erano stanziate nell’area di influenza cristiano-bizantina, e tuttavia è importante tener presente che la lingua greca non esercitò mai, nell’Europa orientale, un dominio linguistico paragonabile a quello esercitato dal latino nell’Europa occidentale: l’impero di Bisanzio non impose ai popoli slavi la propria lingua.1 Verso la metà del IX secolo le missioni religiose latine e bizantine si scontrarono fra l’Elba, la Morava e il Danubio. La cristianità occidentale non era ancora divisa da quella orientale e l’autorità del pontefice romano non era ancora opposta a quella del Patriarca costantinopolitano. Più delle rivalità ecclesiastiche influiva il conflitto di egemonie tra gli imperi bizantino e germanico, aggravatosi sempre più dal tempo di Carlo Magno.

Nell’anno 863 giunsero in Moravia,2 accreditati da Bisanzio presso il locale principe Rostislav, due religiosi greci – Costantino e Metodio – i quali avviarono un’intensa predicazione presso la popolazione slava. Fu, questa, una missione ricca di significato e di conseguenze. Costantino (che in seguito divenne celebre sotto il nome monastico di Cirillo) e suo fratello Metodio avevano acquistato una grande esperienza in missioni presso altri popoli e conoscevano la lingua degli Slavi perché erano nati a Salonicco, dove lo slavo era parlato correntemente. Per la cristianizzazione del principato di Moravia tradussero alcuni testi sacri e crearono un alfabeto adatto alla nuova lingua: la loro opera segnò in tal modo l’inizio della prima tradizione scritta slava.

L’alfabeto composto da Cirillo è detto glagolitico. Il termine potrebbe derivare dal sostantivo glagolŭ (‘parola’, e indica anche la lettera ‘g’) o a dal verbo glagolati (parlare). L’alfabeto glagolitico comprende 40 caratteri; la maggior parte di essi proviene da grafemi del corsivo medievale greco; alcuni caratteri derivano dall’alfabeto ebraico; altri ancora sono di origine sconosciuta.

La nascita dell’alfabeto glagolitico è strettamente legata a ragioni di carattere politico e culturale: con il possesso di una propria scrittura gli stati slavi medievali potevano affermare la propria indipendenza e sottrarsi alle influenze esercitate dalle nazioni confinanti e politicamente più potenti. Era inoltre necessario creare un sistema che traducesse graficamente la fonetica slava, in quanto gli adattamenti degli alfabeti latino e greco, utilizzati fino ad allora, non svolgevano tale funzione in maniera adeguata. L’alfabeto di Cirillo venne utilizzato in Moravia dall’863 all’885 per finalità religiose e statali e i due missionari fondarono l’Accademia della Grande Moravia, ove vennero istruiti i loro seguaci. Alla fine del IX secolo uno studente di Metodio, presso la Scuola letteraria di Preslav, nella Bulgaria nord-orientale, creò l’alfabeto cirillico, che sostituì quasi del tutto, durante il Medioevo, l’alfabeto glagolitico. L’alfabeto cirillico deriva dall’alfabeto greco, con circa 10 lettere delle lingue peculiari slave, derivate dall’alfabeto glagolitico.

L’alfabeto cirillico nella sua forma arcaica venne adottato per la prima volta per redigere testi in antico slavo ecclesiastico, lingua liturgica e letteraria.



1.2 Le origini della Russia tra Europa e Asia



Dalla formazione della Rus’ di Kiev all’ascesa di Mosca

La civiltà russa, il primo Stato russo si formano nel X secolo. È la Rus’, che dalla capitale, Kiev, si estende fino al lago Ladoga. La Rus’ di Kiev è attraversata da tre grandi vie commerciali: la più importante, cioè la via dai Varjagi ai Greci, che ha come terminali la Scandinavia vichinga e Bisanzio; la via commerciale degli Arabi; la zona commerciale di influenza mongola. Sono grandi arterie fluviali che corrono da Nord a Sud-Est o viceversa e costituiscono delle autentiche strade idriche atte a collegare i mari del Nord con quelli del Sud. Dal punto di vista politico-economico l’asse portante di questo Stato slavo è costituito dalla prima di tali vie commerciali che unisce il Mar Baltico al Mar Nero e al Mediterraneo.

L’aristocrazia dominante è in gran parte di origine nordica, appartenente alla popolazione dei Varjagi, un tempo corsari e predoni giunti, con le loro scorrerie, fino alle porte dell’impero bizantino, consanguinei dei Normanni stanziati nell’Europa occidentale. Secondo la nota tradizione detta normannista, il fondatore della Rus’ sarebbe stato un principe normanno di nome Rjurik, già dominatore di Novgorod. Secondo questa versione il successore di Rjurik, Oleg, avrebbe poi conquistato Kiev, eleggendola capitale nell’882. Alla presenza scandinava si univa una presenza slava piuttosto consistente, che nel corso del tempo finisce con l’assimilare completamente la componente nordica. A tale ipotesi si contrappone quella antinormannista, che sostiene l’origine puramente slava dello stato russo, fondato da tribù slave locali, solo superficialmente influenzate dalla componente varjaga.

Le due tesi normannista e antinormannista risalgono al Settecento e già preannunciano, o meglio, confermano la condizione di Paese, di civiltà sospesa tra Occidente e Oriente.

La tesi normannista è indotta a scorgere nell’elemento germanico, quindi nella cultura germanica, un principio ordinatore e fecondatore del mondo slavo, costituzionalmente anarchico e passivo. La tesi antinormannista si afferma presso gli studiosi russi contrari alla politica occidentalista di Pietro il Grande ed esprime il nazionalismo etnico degli Slavi.

La presenza dei guerrieri varjagi è attestata. È quindi verosimile che elementi nordici abbiano influenzato il clima spirituale del periodo precristiano dello stato kievano. Il mondo delle armi, le corti feudali sorte a Kiev e nelle aree vicine, alcuni principi di diritto cittadino, alcune consuetudini commerciali presentano tracce di una tradizione importata dalla civiltà scandinava. Se i Varjagi rappresentavano una casta privilegiata, la loro inferiorità numerica rispetto alla popolazione slava locale ne determinò l’inevitabile assimilazione, soprattutto con i successivi sviluppi della vita statale. Inoltre dal punto di vista linguistico, i Varjagi non avevano una tradizione scritta che conferisse prestigio alla loro parlata. Nel X secolo la Rus’ di Kiev accoglie il cristianesimo, entrando in contatto con Costantinopoli. Il principe Vladimir si converte, introducendo la nuova fede nel proprio Stato negli anni ‘988-‘989.

Nella storia più antica della Russia la città-emblema fu dunque Kiev, prima capitale (secoli X-XII) civile ed ecclesiastica di quell’insieme di principati, l’antica Rus’, matrice e madre comune di tutte le Russie, la Grande Russia, la Piccola Russia e la Russia Bianca.
Oleg: mitica figura del principe saggio
Da Rjurik, appartenente alla sua stessa stirpe, il principe Oleg ottenne, oltre che la custodia del figlio Igor, un regno florido e destinato a diventare potente. Oleg, passato alla storia come Oleg il Saggio (Veščij) era una figura molto carismatica ed è ancora oggi ricordato come uno dei personaggi più affascinanti dell’antica Rus’. Affermò la sua autorità fra gli Scandinavi e gli Slavi del nord per poi volgere i propri interessi verso il sud: obiettivo essenziale della sua politica espansionistica era la conquista delle terre del sud, da realizzare mediante una spedizione mista, composta, cioè, da Scandinavi e Slavi. Il principe condottiero conquistò diverse città in posizioni strategiche, finché giunse a Kiev e vi si insediò. Così nasceva la Rus’ kieviana: all’inizio del X secolo da Novgorod alle cateratte sul Dnepr si estendeva un unico principato russo, che riuniva in sé le tribù slave dell’est e dell’ovest. Si trattava di un regno florido e coeso politicamente. Con duemila imbarcazioni, discendendo la corrente del Dnepr diretto verso il Mar Nero, Oleg tentò, nel 907, di raggiungere il suo più audace obiettivo: la conquista di Costantinopoli, città resa leggendaria dalle sue ricchezze, dall’arte, dalla cultura e dal clima. Il vento favorevole permise alla flotta di Oleg di giungere proprio sotto le mura erette da Costantino il Grande e l’Imperatore di Costantinopoli si vide costretto a scendere a patti con i Russi. Venne firmato un armistizio, che pose fine alle ostilità. Il successivo trattato di pace stabilì una serie di clausole favorevoli ai Russi e, soprattutto, inaugurava per i due popoli un’era feconda di importanti relazioni commerciali e culturali.

Il trattato con l’Impero bizantino rimase inviolato per trent’anni. I mercati di Bisanzio erano aperti ai Russi, considerati ospiti graditi che potevano beneficiare di alloggio e nutrimento.

Interessante è il modo in cui la Cronaca dei tempi passati descrive la morte del principe saggio:

Aveva domandato agli indovini e ai maghi: «A causa di che morirò?» e a lui aveva detto un mago: «O principe! Il cavallo che ami e su cui cavalchi, a causa di quello morirai!» Oleg, dopo aver riflettuto, disse: «Mai più monterò su lui e non lo vedrò mai più». E dette ordine di nutrirlo e di non condurlo mai da lui, e passò qualche anno senza vederlo, fin quando mosse contro i Greci. Essendo tornato a Kiev ed essendo trascorsi quattro anni, al quinto anno si ricordò del cavallo, a causa del quale gli indovini avevano presagito la morte. E chiamò il più anziano degli scudieri, e disse: «Dov’è il mio cavallo, che avevo ordinato di nutrire e sorvegliare?» Costui disse: «È morto». Oleg si mise a ridere e rimproverò il mago, dicendo: «Allora non dicono la verità gli indovini, ma sempre menzogne: il cavallo è morto ed io sono vivo». E dette ordine di sellargli un cavallo: «Vedrò le sue ossa». E giunse là dove giacevano le scarnite ossa sue e il cranio scarnito, e discese da cavallo, e ridendo disse: «E a causa di questo teschio m’avrebbe ghermito la morte?» E pestò col piede il cranio; e strisciando venne fuori un serpente dal cranio, e [lo] morsicò al piede. E di questo infermò e morì. E [lo] pianse tutta la gente di gran pianto, e lo trasportarono e lo seppellirono sulla montagna, chiamata Ščekovica; la sua tomba esiste ancora oggi, ed è chiamata la tomba di Oleg. E furono trentatré gli anni del suo regno.3




Ol’ga, la devota: il primo mito femminile
Ol’ga fu la prima principessa della storia russa, una figura affascinante e mitizzata post mortem dalla sua gente. Succedette, nel 945, al marito Igor (forse figlio o nipote del bambino che Rjurik aveva affidato alle cure di Oleg) assumendosi la responsabilità di un regno complesso e problematico. Nella Cronaca è ricordata come donna scaltra, decisa, energica, coraggiosa, molto intelligente e dotata di lungimiranza politica. Pose fine alla politica predatoria ed espansionistica dei suoi predecessori per trasformare il regno in un principato organizzato e, soprattutto, molto centralizzato. Impose a ogni suddito il pagamento di una tassa, divise il territorio dello Stato in distretti e svuotò d’importanza la tribù, trasferendo ogni potere all’autorità centrale di Kiev: l’unico oggetto di fedeltà assoluta divenne il gran principe e la sua dinastia.

Evento di notevole importanza fu il suo soggiorno a Costantinopoli, dal 9 settembre al 18 ottobre 957. Proprio quel soggiorno determinò la sua conversione al cristianesimo: atto coraggioso dalle ragioni non del tutto chiare e accompagnato dalla determinazione a non riconoscere la suprema autorità di Costantino VII. Ol’ga ambiva a fondare una Chiesa russa assolutamente autonoma, ma il suo sogno non poté realizzarsi. Nel 964 la principessa cedette il trono al figlio Svjatoslav che non la seguì nella scelta di abbracciare la fede cristiana. Sarebbe stato il nipote Vladimir, nel 988, a convertire sé e il suo popolo alla fede cristiana.

1.3 Il fenomeno della diglossia4
Con il battesimo della Rus’ si afferma una situazione linguistica del tutto peculiare: la coesistenza di due sistemi linguistici, il russo e lo slavo ecclesiastico. Quest’ultimo, di base slava meridionale, una volta importato in Russia viene sottoposto nei secoli XI-XIV a una graduale e progressiva russificazione ed è importante osservare che l’opposizione tra le due lingue si mantiene in tutte le tappe delle loro rispettive evoluzioni. Si tratta della coesistenza di un sistema linguistico dotto, legato alla tradizione scritta e di un sistema non dotto, legato alla vita quotidiana; nessun gruppo sociale utilizza il sistema linguistico dotto come mezzo di conversazione.

È importante sottolineare che i due sistemi linguistici dotto e non dotto si contrappongono per le modalità di apprendimento. Il sistema non dotto viene acquisito naturalmente, nell’infanzia, mentre il sistema dotto viene appreso artificialmente, dai libri, in base a un processo di istruzione complesso, in età più matura. La lingua dotta è non soltanto lingua letteraria scritta, bensì anche lingua sacra, di culto, quindi lingua di prestigio. È inoltre interessante notare che ogni parlante percepisce i due sistemi linguistici, in realtà, come una sola lingua.5

Quando il cristianesimo viene accolto come religione di Stato dal principe Vladimir lo slavo ecclesiastico ottiene lo status di lingua di culto ufficiale, contrapponendosi al russo: la lingua sacra si oppone alla lingua profana. La diffusione del cristianesimo richiede l’istituzione di scuole e lo slavo ecclesiastico diviene quindi la lingua insegnata, e non esistono dati relativi a una qualsiasi forma di insegnamento del russo. Alla contrapposizione di cultura cristiana e cultura non cristiana si collega la precisa suddivisione delle sfere di influenza del russo e dello slavo ecclesiastico: in alcuni casi risulta indispensabile ricorrere allo slavo ecclesiastico, mentre in altri il suo impiego si rivela impossibile. Nasce quindi una produzione scritta in russo, di carattere quotidiano e pratico: accade quindi che uno stesso copista scriva un testo in slavo ecclesiastico e un altro in russo e il ricorso del tutto consapevole all’una o all’altra lingua è determinato dalla situazione linguistica dello scrivente. Con il cristianesimo ha quindi inizio la tradizione dotta, cioè letteraria, russa, attraverso la quale si realizzano i contatti culturali greco-russi e la Rus’ diviene parte del mondo bizantino. La cultura bizantina viene cioè accolta dalla Rus’ insieme alla religione e lo slavo ecclesiastico oltre che lingua sacra diviene lingua di cultura
Il giogo tataro

Caratteristico delle vivaci relazioni fra Kiev e il resto dell’Europa è il fatto che i principi costretti per vari motivi ad abbandonare le loro patrie si recavano in questa città dove, sotto la protezione di Jaroslav e godendo del diritto d’asilo, aspettavano tempi migliori.

Nel 1240 ebbe inizio la dominazione mongola, che schiacciò gli stati kievani consentendo ai principi della nuova città di Mosca, il cui nome comparve per la prima volta nel 1147 – Jurij Dolgorukij ne è indicato come il fondatore in quanto costruttore delle mura – di acquisire potere e ricchezze collaborando con i khanati mongoli. A poco a poco il potere di Mosca si consolidò realizzando imponenti costruzioni all’interno del Cremlino (XIV secolo), chiese dai muri bianchi e cupole dorate a cipolla. Con l’indebolimento dei khanati, Mosca divenne la guida della liberazione nazionale. La dominazione asiatica si protrasse fino al 1380 (battaglia di Kulikovo). Da questo momento la componente mongola cominciò a esercitare una supremazia nominale, che induceva gli abitanti della Rus’ a corrispondere dei tributi. La cacciata definitiva dei mongoli avvenne nel 1480 e, fino a quel momento, il paese poteva essere considerato un’entità più asiatica che europea, benché, nel corso dei due secoli i rapporti commerciali tra i principati russi del nord e le città della lega anseatica non si fossero mai interrotti.

In tale contesto storico e culturale è poi importante ricordare il ruolo svolto dalla città-stato di Novgorod nella salvaguardia e nella custodia della cultura russa durante gli anni del dominio tataro-mongolo. Le foreste e le paludi che circondavano la città si rivelarono alle schiere tatare invalicabili; l’esercito di Novgorod arrestò inoltre un loro ulteriore avanzamento, impedendo la completa sottomissione della Rus’ e prevenendo la successiva conquista dell’Europa nord-orientale. Non furono quindi distrutti i centri culturali di Novgorod e della vicina Pskov, rimasero intatti i valori culturali e la tradizione della Rus’ di Kiev proseguì qui il suo sviluppo nei secoli XII - XIV. La città custodì il fondamento di tutta la cultura nazionale: le sue ricche biblioteche. I numerosi incendi causati dall’invasione tataro-mongola avevano provocato la distruzione di migliaia di libri a Kiev, a Vladimir e in altre città, riducendo il numero di persone alfabetizzate e di copisti.

Nella formazione della cultura russa è particolarmente significativo il periodo compreso tra la fine del XIV secolo e la prima metà del XV secolo: il periodo del Prerinascimento o Proto-Rinascimento russo. Sfuggita all’invasione tatara, Novgorod si fece portatrice dello sviluppo culturale del XIV secolo, risollevando la tradizione russa e rafforzando i rapporti con Costantinopoli e con l’Occidente. La cultura russa di questo periodo entrò in stretto contatto con Costantinopoli e con i paesi slavi meridionali, ove venivano esportati molti manoscritti russi ed erano trascritte molte composizioni russe. Da Costantinopoli e dai paesi meridionali maestri pittori, costruttori e scrittori giungevano in Russia, che divenne quindi uno dei maggiori centri prerinascimentali dell’Europa Orientale. I più celebri rappresentanti di questo movimento prerinascimentale furono il pittore Andrej Rublëv e lo scrittore Epifanio il Saggio, mentre il centro di formazione culturale diventò il monastero della Trinità di San Sergio. A Costantinopoli cittadini di Novgorod lavoravano come traduttori e copisti di manoscritti: vi era addirittura un’intera via abitata da russi. A Novgorod nel XIV secolo venne compilata una guida con le curiosità e le opere importanti di Costantinopoli, che non soltanto descriveva i monumenti religiosi della città che rappresentava il centro del pellegrinaggio per tutti i Paesi di religione greco-ortodossa, bensì anche quelli laici. Gli abitanti di Novgorod sapevano apprezzare l’arte bizantina, la sua pittura, le sue sculture, l’architettura e l’artigianato. Erano sdegnati dalla barbarie dei crociati, che avevano danneggiato e distrutto nel XIII secolo molte opere d’arte bizantine. La descrizione più dettagliata della presa di Costantinopoli da parte dei crociati nel 1204 è opera di un cittadino di Novgorod che all’epoca vi risiedeva. Molti artisti bizantini si stabilivano a Novgorod: il più famoso fu certamente Teofane il Greco, i cui affreschi adornano la basilica del Redentore, edificata nel 1378 e ancora perfettamente conservata.

Le premesse che resero possibile la nascita di tale movimento culturale sono le seguenti : l’entità di città-comune propria di Novgorod (lo sviluppo del Rinascimento è di per sé connesso con il fenomeno della città–comune); la fiorente economia di tale città; gli intensi contatti con Costantinopoli e con i Paesi slavi meridionali.

Tuttavia né a Novgorod, né in nessuna altra parte della Russia si sarebbe pienamente sviluppato il movimento rinascimentale. Le ragioni di tale mancanza vanno ricercate nella caduta di Costantinopoli (1453) e nell’assenza di radici culturali profonde, come quelle classiche dell’Occidente, quindi nell’accelerato sviluppo dello stato centralizzato, che tende a far proprie, a gestire e a orientare anche le istanze culturali.

Il mito di Dmitrij Donskoj
Dmitrij Donskoj fu gran principe di Vladimir e poi di Mosca. Dopo aver sconfitto i principi rivali delle terre circostanti (Suzdal’, Rjazan, Tver’) procedette alla centralizzazione dei territori da lui controllati. Nel 1376 fece edificare il primo Cremlino di pietra e, soprattutto, è ricordato per aver sconfitto i Tatari nella celebre battaglia di Kulikovo, nel 1380. Fu proprio questa vittoria a creare il mito di Dmitrij Donskoj che, alla guida di una considerevole massa di combattenti russi, riuscì a sconfiggere il grosso dell’armata tatara. Due anni dopo Mosca sarebbe stata nuovamente incendiata dai Tatari, tuttavia nulla più avrebbe offuscato la mitica aura di quella prima grande vittoria né ne avrebbe neutralizzato le ripercussioni psicologiche. Dmitrij Donskoj trasmise al figlio Vasilij un paese arricchito del concetto di patria (otčina, così citata nel suo testamento), senza chiedere la preventiva approvazione dell’Orda d’Oro.

L’influenza asiatica sulla futura evoluzione della civiltà russa
In merito alla valutazione della reale influenza esercitata dalla dominazione mongola sulla futura evoluzione della civiltà russa sussistono due fondamentali e contrapposte interpretazioni.

Una prima interpretazione di tale evento storico-culturale vede la dominazione mongola come fonte della cultura politica autocratica propria della Russia, nella cui storia politica il potere, indiscusso e illimitato, appare invariabilmente concentrato nelle mani di singoli individui. Fu il grande storico Vasilij Ključevskij a introdurre nell’Ottocento tale lettura del fenomeno, identificando, nello stato e nella società russi, pur dissimulate da una facciata europea, le caratteristiche comuni agli stati caratterizzati da una struttura asiatica e orientale. Il dispotismo zarista, secondo Ključevskij, non era altro che una variante russa del dispotismo orientale, senza precedenti nel periodo della Rus’ kievana.

La seconda interpretazione, in opposizione alla precedente, individua nel periodo di dominazione mongola un effetto geopolitico di notevole importanza: quello di realizzare l’unità politica del vasto Paese, determinando la formazione di una civiltà complessa e mista, costituita da componenti, oltre che indigene, slave, mongole, turche. In tal modo, grazie alla presenza dei dominatori asiatici, si costruì un’identità eurasiatica unica, del tutto peculiare e dissimile dall’identità occidentale e da quella orientale.


La lingua russa nei secoli XIII-XV
Verso la fine del secolo XIII e l’inizio del XIV le differenze tra la struttura grammaticale della lingua slavo-russa e le particolarità grammaticali delle parlate popolari si accentuarono considerevolmente, in quanto la grammatica della lingua viva si evolse molto più rapidamente con la perdita, per esempio, delle forme dell’imperfetto, dell’aoristo, con l’ampio sviluppo delle differenze aspettuali e con altri fenomeni. Il contrasto fra la lingua dotta letteraria, che univa in sé tre elementi fondamentali: slavo ecclesiastico, greco e russo popolare, e la lingua russa parlata divenne particolarmente evidente a partire dal XIV secolo. Fino a quando nella lingua popolare si erano conservate forme antiche, cioè fino al XIII secolo, entrambe le lingue avevano mantenuto una posizione di equilibro esercitando una reciproca influenza. Lo scarto tra le due lingue si ampliò con la riforma intervenuta nella lingua slavo-russa a partire dalla fine del XIV secolo, e nel corso del XV e del XVI, nota come «seconda influenza slavo-meridionale». La riforma della lingua slavo-russa si colloca in un periodo caratterizzato da intensissime relazioni con Bisanzio, nella seconda metà del XIV secolo, rivivificate (a seguito del loro indebolimento, nei secoli XII-XIII) sullo sfondo di un nuovo consolidamento del potere territoriale della Rus’ (costituzione del governo di Mosca; tramonto della civiltà kieviana). La riforma della lingua slavo-russa riflette l’idea dell’unione statale e culturale delle regioni feudali russe, di quell’unione che doveva accogliere l’eredità dei regni slavi meridionali e di Bizanzio.

Il processo di crescita e di centralizzazione del governo di Mosca coincise con la trasformazione delle tecniche di produzione libraria. La pergamena venne sostituita dalla carta e la scrittura semi-onciale si sostituì alla scrittura onciale. Mutò progressivamente e si diffuse il concetto di letterarietà. La centralizzazione del potere e l’affermazione dell’unità nazionale determinarono l’indebolimento di una predominante visione religiosa del mondo. La crescita della società grande-russa si ripercosse sulla rapidissima espansione della scrittura e la rinnovata influenza della cultura bizantino-slava meridionale, che recava con sé una magniloquente retorica, e delle idee politiche, religiose e filosofiche degli stati slavi meridionali si manifestava nella lingua letteraria antico-russa della fine del XIV secolo e si diffondeva nella produzione scritta russa dei secoli XV e XVI. Si radicarono, nello slavo ecclesiastico, forme sintattiche e fraseologiche greche. Il dotto e raffinato lessico slavo meridionale, la sua fraseologia colma di tropi e figure, ricca di immagini della lirica ecclesiastica penetrò a poco a poco nella lingua slava, mentre nella grafia slavo-russa e nell’ortografia si affermavano nuove norme arcaiche, derivanti dallo slavo meridionale, le quali, a sua volta, provenivano dal greco. Si affermò una peculiare trascrizione vocalica, piuttosto lontana dalle forme vocali della lingua parlata e si diffuse una particolare maniera di illustrare i libri. La lingua slavo-russa dei manoscritti, fino alla metà del XIV secolo, era ricca di particolarità della lingua russa standard e di localismi, mentre lo slavo ecclesiastico in molti manoscritti del XV secolo se da un lato evitavano di riprodurre i marcati russismi ortografici, dall’altro mantenevano antichi e tardi bulgarismi. Tutto ciò condusse al fenomeno di unificazione e di uniformazione della lingua dotta, eliminando le discordanze e le disarmonie prodotte dai cambiamenti storici e dall’isolamento feudale dei dialetti regionali.


Prime espressioni letterarie

Un monumento della letteratura religiosa
Nel 1051 il metropolita Ilarion compose un’omelia, Della legge e della grazia, (Slovo o Zakone i Blagodati) per celebrare l’elogio del principe Vladimir, morto nel 1015. Tale scritto rappresenta uno dei primi monumenti della letteratura religiosa e apre la storia della letteratura autonoma dell’antica Rus’ . Comprende una dissertazione sulla superiorità del mondo cristiano, vivificato dalla Grazia, rispetto al mondo giudaico, dominato dalla Legge, cui seguono l’apologia del principe cristianizzato Vladimir e una preghiera a Dio. Il nucleo ideale è racchiuso nell’elogio di Vladimir, tuttavia anche la prima parte è interessante dal punto di vista dello stile. Ilarion attinge ai modelli dell’oratoria cristiana trasmessi dalla tradizione bizantina; numerose sono le antitesi, la figura retorica più impiegata nel testo, testimonianza dell’avvenuta assimilazione della retorica antica da parte dello slavo ecclesiastico. La Legge e la Grazia simboleggiano la storia umana sotto l’azione della Provvidenza divina: il mondo ebraico non conosce la Verità, ne intravede appena l’ombra attraverso la Legge di Mosé. Con un sapiente effetto di immagini, di contrapposizioni, mediante un periodare articolato, il discorso di Ilarion costruisce un’argomentazione che culmina nell’esaltazione della cristianità russa, il regno della vera Fede. L’aderenza allo schema biblico e il confronto del mondo cristiano con quello ebraico, invece che con quello pagano potrebbe rivelare non tanto un atteggiamento individuale di Ilarion, quanto il segno di un orientamento ideologico ampiamente diffuso. La Rus’, appena entrata nel novero degli Stati europei, era alla ricerca di una propria legittimità storica. La Storia autentica era quella registrata nella Sacra Scrittura, poiché l’antichità pagana non era altro che tenebra e totale ignoranza di Dio: il popolo slavo-cristiano non aveva quindi motivo di sentirsi inferiore per essere rimasto escluso dalla civiltà della Grecia e di Roma. Soltanto Israele, dunque, poteva vantare la sua propria storia, ignota alla Rus’. Se però gli Ebrei avevano conosciuto l’alba dell’Antico Testamento, era stato loro negato il sole del Vangelo. Non inferiore alle altre genti cristiane, perché anch’essa illuminata dalla Grazia, e superiore agli antichi protagonisti dell’epopea biblica, la Rus’ rivendicava un posto di parità e di piena autonomia nella famiglia ortodossa.

Lo Slovo di Ilarion, nella sua parte essenziale, è un tentativo di togliere a Bisanzio l’aureola dell’apostolato: il patriarca sostiene infatti che la luce cristiana giunse alla Rus’ non in virtù dell’apostolato straniero, ma per effetto della grazia illuminante ricevuta da Vladimir. Il principe kieviano, che condusse il suo popolo al battesimo, sarebbe stato direttamente battezzato da Dio, dopo un periodo di cecità spirituale e, da acerrimo peccatore, avrebbe miracolosamente raggiunto la gloria di propagatore delle verità evangelica. In questo scritto risulta inoltre evidente lo scopo di esaltazione dinastica: Ilarion non esita a ricordare le virtù degli avi Rjurikidi, nobili e vittoriosi anche se vissuti in età pagana. Il patriottismo religioso kieviano si estende quindi all’ambito laico, tuttavia l’idea dominante rimane quella di una Slavia ortodossa indipendente dalla cristianità greca.

Lo Slovo o Zakone i Blagodati dà avvio a una tradizione stilistica di cui il pathos patriottico e il fervore religioso sono la fonte affettiva a l’omiletica bizantina il modello tecnico. La prosa è ricercata, ricca di effetti ritmici e sonori, ottenuti in gran parte con assonanze e con il marcato ripetersi di forme particolari:
sorgi, capo illustre, dalla tua tomba, sorgi, smetti il sonno! … e mira la città di grandezza splendente, mira le chiese fiorenti, mira il cristianesimo crescente, mira la città dalle icone dei santi rischiarata e scintillante, d’incenso olezzante e di laudi e di sacri inni divini risonante ….
Tale procedimento, oltre che dall’imitazione dell’eloquenza greca, era reso dalle possibilità sintetiche della declinazione slava. L’impiego di peculiari formule espressive avrebbe determinato la funzione letteraria dello slavo ecclesiastico e il suo predominio nei riguardi della lingua popolare.
Un monumento della letteratura secolare
La Cronaca degli anni passati è un ampio corpus di testi, di cronache redatte da varie generazioni di monaci, nei secoli XI-XII. Riflette una civiltà che si estende al di là dei conventi e oltre i confini spazio-temporali della Slavia ortodossa. La sua originalità artistica è definita da uno stile docile, capace di assorbire le voci e i toni più diversi e di armonizzare il tutto in un unico, vasto racconto. Se lo schema compositivo è costituito dal susseguirsi degli eventi, indicati in modo cronologico, si distingue la presenza di brani di racconti epici, testi di documenti diplomatici, descrizioni geografiche che conservano i caratteri della trattatistica scientifica greca, discorsi diretti e dialoghi, leggende di santi, novelle d’ambiente claustrale, descrizioni di battaglie che paiono preannunciare i poemi cavallereschi. Nell’ampia raccolta, sorta di antologia di testi, si esprimono sia emozione estetica sia sentimento storico.
Fonti bibliografiche
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V.A. Kolosov e R. F. Turovskij, Le rappresentazioni geopolitiche della Russia: intorno alle origini o ricerca di un nuovo cammino?, in AA.VV., La collocazione geopolitica della Russia. Rappresentazioni e realtà, a cura di Vladimir A. Kolosov, Torino, Edizioni Fondazione Giovanni Agnelli, 2001, pp.1-3

V.T.Pašuto, Vnešnaja politica drevnej Rusi, Moskva, 1969

Racconto dei tempi passati. Cronaca russa del secolo XII, a cura di Itala Pia Sbriziolo, Torino, Einaudi, 1971

R.Picchio, Storia della letteratura russa antica, Milano, Nuova Accademia Editrice, 1959

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V. Vinogradov, Osnovnye etapy russkogo jazyka, in Izbrannye trudy. Istorija russkogo literaturnogo jazyka, Moskva, 1978, pp. 10-64




1 Le due diverse realtà linguistiche e culturali risultarono particolarmente evidenti nel corso delle missioni evangelizzatrici. I missionari della chiesa orientale predicavano il nuovo verbo e organizzavano la vita cristiana impiegando la locale lingua slava, mentre la Chiesa romana imponeva ai convertiti il latino come lingua liturgica. All’origine dei due atteggiamenti vi erano cause complesse connesse sia con una diversa concezione dell’ecumenismo, sia con le diverse disponibilità di mezzi. La Chiesa bizantina, sostenuta dall’organizzazione burocratica di un impero plurinazionale a contatto costante con le civiltà alloglotte dell’Asia e dell’Africa, disponeva di interpreti e di traduttori ed era quindi solita trasferire in varie lingue anche il delicato patrimonio della legge religiosa. Roma, invece, riconosceva nell’universalità del latino lo strumento del proprio dominio sopranazionale.

2 La Moravia o Grande Moravia era una regione storica formatasi nell’Europa Centrale intorno all’833. Fu la prima entità statale cui dettero vita le popolazioni appartenenti al ceppo degli Slavi occidentali. Centro geografico e politico di questa nazione erano le due regioni situate sulle sponde opposte del fiume Morava, le attuali Slovacchia e Cechia, ma il suo territorio aveva una grande estensione e comprendeva territori oggi appartenenti all’Ungheria, alla Romania, alla Polonia, alla Serbia, all’Austria, alla Germania, alla Slovenia, alla Croazia e all’Ucraina.

3 Racconto dei tempi passati. Cronaca russa del secolo XII, a cura di Itala Pia Sbriziolo, Torino, Einaudi, 1971, pp. 21-22.

4 Diglossia: composto da di- due, doppio, che ha due [dal greco di-, dís “due volte” due, doppio], e glossia, dal greco glôssa, lingua. Indica la coesistenza, nella stessa comunità o in uno stesso parlante, di due sistemi linguistici di diverso prestigio.

5 A differenza del bilinguismo, cioè della coesistenza di due lingue caratterizzate da pari diritti e da identiche funzioni, fenomeno per sua natura transitorio (in condizioni normali accade che una delle due lingue si imponga sull’altra) la diglossia rappresenta una situazione linguistica estremamente stabile, caratterizzata da un duraturo equilibrio, che può protrarsi molti secoli (come avviene nel mondo arabo e com’è avvenuto in Russia). Poiché in una situazione di diglossia due lingue vengono percepite come una sola, e i contesti del loro impiego sono divisi e complementari e non si intersecano né si sovrappongono mai, la traduzione da una lingua all’altra si rivela impossibile per principio.





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